DIARIO DI VIAGGIO
sabato, novembre 27, 2004
Adoro i poliziotti quando parlano dei loro incidenti di lavoro come se si trattasse di un cuoco che mette troppo sale o un sarto che taglia troppa stoffa... Un povero cristo ti vola dalla finestra della questura e tu come niente, tanto a nessuno gliene fregava un cazzo... Certo che Kurt Messer-Schimidt non era proprio un povero cristo, e anche a me del suo volo non me ne fregava un bel niente.
giovedì, novembre 18, 2004
"La sapete una cosa? Io credo che prima dovremmo fare un salto a Porto Garibaldi... Ci farebbe bene alla memoria..."
Ale parlava sul serio e si capiva da come stendeva l'anca. Senza pretese.
"Ci sarebbe la casa di Mary, a Comacchio...", tiró su col naso Dino, mentre apriva la porta della sua stanza. "Mary chi? La moglie di Kurt?", lo fermai con lo sguardo.
"Proprio lei."
"Io, Kurt, non lo posso soffrire.", fece Ale, "E' un bastardo che picchia la moglie e se ne vanta al bar con gli amici."
"Non ti preoccupare. Kurt è morto. Cadde accidentalmente dal quinto piano della questura di Ferrara. Nessuno si fece domande strane. A nessuno gliene fregava un cazzo."
"E vada per Comacchio... Buonanotte."
Buonanotte... Magari.
Il cugino di Cavaradossi, un ragazzone di trent'anni alto almeno uno e ottantacinque, ci guardava come se fossimo le figure sbiadite di una lanterna magica. Dino staccò dal vetro il naso infreddolito e, fregandosi le mani, disse: "Ora comincio a ricordarlo."
Io mi alzai di scatto e quasi senza accorgermene esclamai: "E allora andiamo!"
"Ma dove?", disse Alessandra come sorpresa sul piú bello...
"In Messico.", concluse Dino, dando una pacca sulle spalle a Rosario.
Uscí dalla porta cosí come era entrato. E noi dietro, come perle della stessa collana.
giovedì, novembre 11, 2004
Cavaradossi, detto il Serpente per le sue doti nascoste, era un uomo dei tempi della lira... Ovvero, non ci ricordavamo piú di lui, né della sua faccia, né della sua voce. "Ale, parlami del Serpente, ché non me lo ricordo piú.", disse improvvisamente Dino con la faccia schiacciata dietro a un vetro sporco. Lei strinse forte la lettera tra le mani e, dopo un sintomatico quanto studiato sospiro... "Mario Cavaradossi, barista, detto il Serpente per le sue doti nascoste, detto Veleno perché non si salvava nessuna, detto Cecchino perché non ne sbagliava una, detto Mitraglia perché sparava cazzate a ripetizione, detto Diabolik perché colpiva di notte e spariva il giorno dopo, detto il Messicano perché in Messico ci viveva o ci vive da molto, moltissimo tempo, tanto tempo che nemmeno noi che lo conoscevamo bene ci ricordiamo piú chi sia veramente."
Alessandra, tirò su col naso. Faceva freddo quella sera. Freddo fuori, ma soprattutto dentro.
"A Porto Garibaldi, lavorava come barista... Gli piaceva perché era bravo ad imbroccare le tedesche e perché come a lui il coctél soccia, non riusciva a nessuno. Stava al Piccolo Bar dal 1976...77, allora -quando aveva cominciato- aveva 20 anni. D'estate a Porto Garibaldi, tra lido delle Nazioni e lido degli Estensi, e il resto dell'anno a Puerto Escondido, in Messico, tra Oaxaca e l'oceano... Dormiva al vecchio Ariston... dormiva, si fa per dire. Era uno che con tre ore di letto disfatto e un soccia extra con l'aspirina dentro, poteva andare avanti anche tre giorni di seguito, senza chiudere occhio...
Noi lo conoscemmo, credo, nell'82, durante la finale di Spagna... Tutti al bagno Roma come in curva, tedeschi a destra, italiani a sinistra...
sabato, novembre 29, 2003
Ascoltare che? Quel testa di cazzo del Cavaradossi doveva averne combinata un'altra delle sue. Dino le strappo' di mano la lettera, si schiarí la voce e comincio' a leggere piano.
"Dolores. vi ricordate Dolores? Dolores mi disse che a Valladolid c'era un tale, un libanese, certo Solimano Garrido Said, che era padrone di un alberghetto carino, il Reforma, proprio affacciato sulla strada principale della cittadina che conduceva al centro. Garrido aveva deciso di liberarsene, voleva ritirarsi ad Acapulco, dare lezione di domino ai turisti californiani e bere latte di cocco tutto il giorno. Con una trentina di milioni lire si poteva comprare tutto e rilevare l'attivita' di Solimano... Voi che avreste fatto?"
Gia', che avremmo fatto noi? Dolores me la ricordavo bene: capelli lunghissimi, gambe lunghissime, dita lunghissime. Una donna lunghissima. Bellissima. Messicana e bella come il sole.
lunedì, novembre 03, 2003
...e una busta bianca, senza destinatario, chiusa con cura e molto voluminosa. Intuirono subito che la lettura di quelle righe li avrebbe incastrati definitivamente...si sarebbe frantumata ogni minima resistenza che ancora opponevano all'inizio delle indagini. Ma aveva senso?...Aveva senso ora una qualche titubanza?.... Fu Ale, con la determinazione e la rapidità che contraddistingue le donne in queste occasioni...Fu Ale che apri la busta e inizio a leggere bloccando definitivamente ogni tentativo di fuga dal caso. "Carissimi....lo so cosa state pensando. Già sento le vostre imprecazioni. Ma proprio perchè vi conosco so che dopo la prima incazzatura non avrete altro desiderio che rimboccarvi le maniche per aiutarmi e tirarmi fuori da questo pasticcio in cui mi sono ficcato. Per cui è inutile che iniziate a stramaledire il giorno in cui mi avete conosciuto. Ascoltate:...."
anonimo (http://alessandrarossi.splinder.it/)
mercoledì, ottobre 22, 2003
Il sonno, sí avrebbe potuto attendere.
Il cugino di Cavaradossi, un ragazzone di trent'anni alto almeno uno e ottantacinque, si chiamava Rosauro. Li attendeva sulla porta della Torretta come un soldatino di piombo appoggiato alla porta per sembrare in piedi. Salirono le scale strette in silenzio. Alessandra tirava su col naso producendo un fischio curioso, un sibilo tra un'asma cronica e una caffettiera. Entrarono nel piccolo studio come per sorprendere il tempo, e invece furono sorpresi da un sacco di ricordi accatastati ovunque. Fogli, poster, fotografie e...
mercoledì, ottobre 08, 2003
Ed ora che avevano risposto non era tempo per chiedersi il perchè. Semplicemente era il momento per iniziare a pianificare una qualche, convincente, strategia... Da molto tempo non lavoravano insieme. Forse sarebbe stato necessario uno sforzo maggiore di quello che avevano preventivato: sarebbe ritornata la sintonia di un tempo? Questi pensieri li accompagnarono nei minuti finali della cena...ognuno immerso nella sua mente..ognuno a pensare le stesse cose... Si guardarono un attimo e compresero che i loro pensieri si trovavano più allineati di quanto credessero...fu allora che ebbero la certezza: non sapevano come ma sarebbero arrivati a Cavaradossi e l'avrebbero aiutato. Terminata la cena si diressero dal cugino...lo stomaco non aveva potuto aspettare ma il sonno sì!
anonimo (http://) alle 21:16 del 04 ottobre, 2003
giovedì, settembre 25, 2003
Fettuccine al sugo di lepre, straccetti della pieve e vino del contadino. Mangiammo in silenzio. E non era tanto la fame, quanto l'imbarazzo di quella situazione irreale. Noi, dopo tanti anni di silenzio distante, intorno a quel tavolo, sul punto di partire alle calcagna di uno che non conoscevamo piú, di cui forse non avremmo neanche riconosciuto la faccia... Perché?
Dino prese un respiro lungo e meditato e disse: "Eccoci qua." Il silenzio che ne seguí fu ancora piú pesante del precedente. Le posate che sbattevano lievemente sui piatti scandivano disordinatamente quel tempo interminabile. "Credo che glielo dobbiamo..."
"E perché?", chiesi io distrattamente. "Perché cazzo gli dobbiamo qualcosa a quello scavezzacollo che un giorno è sparito senza neanche salutare..."
"Perché... perché...", Dino Sauro era senza risposte, e dentro di sé si arrovellava intorno a quella domanda apparentemente banale: già, per quale oscuro motivo si erano scomodati per Cavaradossi, invisibile da un numero imprecisato di anni, muto da altrettanto tempo, sordo ad ogni richiamo dell'amicizia?
"Perché si è rivolto a noi, ecco perché."
La voce di Ale aveva aperto come d'incanto una breccia luminosa nell'oscuro vagare dei loro pensieri. Era proprio vero: lui aveva chiamato e loro, beh loro avevano risposto.
giovedì, settembre 18, 2003
Massimo Gresini ci aspettava in piedi sulla porta. Le braccia incrociate sul petto, la pipa sbilenca appesa al labbro inferiore, gli occhiali appoggiati sulla punta del naso. "Ecco la banda al completo!" Esclamò, e ci diede le spalle. Lo seguimmo su per le scale, ognuno scomparve come per incanto nella propria stanza. Dino Sauro fischiettava distrattamente una canzone scarsamente identificabile dell'Assemblea Musicale Teatrale... Altri tempi, quelli là. Avevamo tutti i capelli e Ale non aveva bisogno delle stecche per tenersi su... Le stecche, in quegli anni, non le portava nessuno: né addosso, e meno nel cervello.
Io mi stravaccai sul letto, feci volare le scarpe proprio sotto la finestra e cominciai a fissare come un imbecille il soffitto. "Saigon, merda.", avrebbe detto l'amico Martin mentre Jim e le "porte" facevano girare le pale del ventilatore con le loro note apocalittiche... Perché cazzo Cavaradossi ci aveva mandato quella lettera? E perché poi non diceva dove si trovava, cosa faceva, con chi...? Valladolid, ma non in Spagna... E poi, Porretta. Era quasi l'ora di cena.... A Cavaradossi gli volevamo bene, avremmo potuto andare subito al suo studio... Il cugino ci aspettava... Gli volevamo bene, ma... Piú dell'amore, poté il digiuno.
giovedì, settembre 11, 2003
Lo stomaco... Con quello stomaco ci convivevo da un'intera vita. Ci avrei dovuto fare l'abitudine, avrei dovuto imparare ad andare avanti a suon di malox, acidin e passatout... e invece no. Come sempre non avevo portato niente con me... Resistere, resistere, resistere. Scesi dal bus e, insieme a Sauro e quella pazza scatenata di Ale, mi feci largo tra i passeggeri indaffarati e vocianti. Mompracem, cosí si chimava la pensione dove avremmo passato quella lunga notte. E ancora non sapevamo che sarebbe stata lunghissima, interminabile e, in fondo, decisiva per le nostre fragili vite.
mercoledì, settembre 10, 2003
Dopo un viaggio fatto di pensieri e scossoni arrivai a destinazione con lo stomaco sottosopra. Mi ci voleva una bella dormita e invece eccomi all'inizio di una nuova indagine...
alessandrarossi (http://alessandrarossi.splinder.it)
martedì, agosto 19, 2003
..eppure al telefono, qualche ora prima, la sua voce concitata tradiva quell'apparente calma che ora mostrava durante il viaggio. Lo conoscevo e sapevo che era capace di non far trapelare nulla quando non era il caso. La corriera aveva un discreto numero di passeggeri...era troppo rischioso...forse qualcuno avrebbe notato, ascoltato..e Sauro lo sapeva. Per questo aveva quell'aria dimessa da nonno in visita al nipotino. Io lo conoscevo bene e per questo non ci cascavo, ma era bravo davvero e capivo quanto gli costasse ora far finta di nulla.
alessandrarossi (http://alessandrarossi.splinder.it) alle 19:00 del 18 agosto, 2003
lunedì, agosto 18, 2003
Dino Sauro, di professione poliziotto. Eppure, niente a che vedere con i giganti masticagomma dei telefilm americani. Piccolo, abbastanza elegante, un incrocio tra Maigret e un impiegato delle poste. Per piú di trent'anni, furti, rapine, morti, tradimenti... Una routine che non trovava affatto interessante. Poi, a un tratto, la pensione. Da quando era venuto in pensione, la sua vita aveva preso una piega che lui definiva stravagante. Improvvisamente, la routine era scomparsa, lasciando il posto a una catastrofica sequela di disgrazie, incontri, omicidi.... In due anni di "riposo", Sauro aveva dato la caccia a una donna che uccideva gli uomini con gli urli, a uno spacciatore di libri e a una banda di sabotatori di sogni. Né piú, né meno.
Se ne stava lí, sul sedile davanti, leggendo un libro di Salgari. Come se nulla fosse. Come se quel giorno non stessero per affrontare il peggior giorno della loro vita.
Avevo deciso di partire da Porretta, dove Cavaradossi aveva lasciato una scrivania piena di carte, appunti. Il cugino al telefono mi disse che non aveva toccato nulla del suo studio...da quando era andato via, senza lasciare traccia, quello studio era come un piccolo porto e il cugino sperava che un giorno o l'altro sarebbe tornato. Tornare a Porretta, dopo esserci stato con Ale anni addietro, non era una grande idea...tanti ricordi come piccole ferite...ma era il punto di partenza delle indagini. Non potevamo fare diversamente e la presenza di Sauro era una garanzia...
alessandrarossi (http://alessandrarossi.splinder.it) alle 09:14 del 17 agosto, 2003
domenica, agosto 17, 2003
Mario Cavaradossi, un passato da barista (si fa per dire) al Piccolo Bar di Porto Garibaldi, un presente da inutile impiegato di un agenzia di pompe funebri a cavallo dell'appennino. Ale, Sauro ed io lo conoscevamo da almeno vent'anni, da quando mischiava il martini con il succo di cocco e diceva che lo aveva imparato a Puerto Escondido, e nessuno ci credeva, e allora lui sciorinava tre o quattro parole in spagnolo, raccontava che aveva perso la testa per una messicana, ma che un giorno il marito di lei lo aveva riempito di botte e che allora aveva dovuto lasciare il paradiso... madre de dios... carramba... ese cabrón hijo de la chingada.... Me lo ricordo come se fosse ieri. Poi un giorno ci disse che avrebbe cambiato lavoro, che il bar non gli offriva niente, che si sentiva sprecato, che c'era un cugino dalle parti di Porretta che voleva aprire un agenzia di viaggi... Non aveva capito un cazzo. L'agenzia c'era, ma i viaggi erano di sola andata. Accettò di buon grado, anche perché al Piccolo Bar avevano appena assunto un malese. Lo chiamavano Sandokan. Era un vero professionista dell'oliva nella scimitarra... Lo perdemmo di vista per una decina d'anni, o meglio ci perdemmo di vista. Tutti. Io con i miei voli pindarici, Sauro con la promozione ad Agrigento, Ale con non so checcazzo di setta cristiana... Insomma, ognuno perso dietro ai propri guai, come disse il poeta.
Improvvisamente, 3 anni fa, verso la fine del 2000, mi cadde dal cielo una cartolina dritta dritta dal Messico. Era proprio lui, il Cavaradossi, che era tornato da quelle parti, che viveva in un posto chiamato Valladolid, che non era in Spagna, insomma... la cartolina era troppo piccola per contenere tanto tempo, tante assenze e molti, troppi rimpianti.
Ad ogni modo decisi di non lasciarmi distrarre da Ale, il passato era passato pure per me no?..Ora dovevamo concentrarci sul caso e io più di loro due messi insieme. Potevano darmi una bella mano ma sapevo che tutto dipendeva in larga parte da me...lo dovevo a Cavardossi, non potevo abbandonarlo proprio ora...
alessandrarossi (http://alessandrarossi.splinder.it) alle 12:35 del 16 agosto, 2003
sabato, agosto 16, 2003
Odio le corriere. Le coincidenze, poi, neanche a parlarne. E poi perché caspita si era vestita a quel modo?! Io e Sauro ci guardammo negli occhi, increduli. Il povero Cavaradossi aveva proprio ragione: Ale era sempre sopra le righe, o sotto. Dipendendo da quello che era più conveniente: sotto se era meglio sopra e sopra se era meglio... Ma lasciamo stare. Salimmo sulla corriera e ci accomodammo sui sedili davanti, perché la "polizia" soffriva di mal d'auto e gli veniva sempre da vomitare. Ci aspettavano 4 ore di pullman, tutte curve. Roba da stare allegri...
Ale arrivò alle 6 e 10, appena in tempo per fare i biglietti e salire sulla corriera. Bastò uno sguardo per azzerare il nervoso di colpo: rischiavamo di perdere la coincidenza delle 8 e 30 ma non potevo prendermela con quella deliziosa figura che si presentava, nonstante l'orario, vestita e sistemata di tutto punto. Come un lampo percepii tra i miei pensieri il rammarico di non partire per un fine settimana romantico, ma la situazione imponeva tutt'altri programmi e Ale forse non avrebbe accettato l'invito a partire con me se non avesse avuto la certezza che si trattava solo di un caso. Solo per questo aveva accettato: una donna può essere una carta vincente nel corso di un indagine, lei lo sapeva e aveva accettato di aiutarmi, ma per quanto riguarda il resto era ormai acqua passata o comunque lei si comportava come se così fosse.
alessandrarossi (http://alessandrarossi.splinder.it) alle 11:39 del 15 agosto, 2003
giovedì, agosto 14, 2003
Ale, l'amica del povero Cavaradossi, ci avrebbe raggiunti all'edicola del Compay, intorno alle 6. Non avevamo molto tempo, anche perché quel testa di cazzo di Dino era convinto che la pista giusta partiva con la corriera delle 6 e 12 minuti. Avremmo preso quella, con l'idea di essere finalmente a cavallo. La vespa gridava per le strade deserte di quella città irriconoscibile, incurante di tutti quei poveri cristi che dormivano nei loro letti. Io me ne vergognavo come un cane.
..d'altra parte la sua telefonata di poco prima mi aveva incuriosito...lo devo ammettere nonostante dichiari sempre, in ogni occasione, che nulla più mi soprende... ed ora mi ritrovavo mezzo assonnato alla guida della mia vespa. Dovevamo incontrarci al parco, a mezz'ora da casa mia. Luogo abbastanza retorico per iniziare un caso...
(alessandrarossi (http://alessandrarossi.splinder.it) alle 19:27 del 14 agosto, 2003)
Dino Sauro non era un uomo cattivo, ma da quando era andato in pensione era veramente un rompicoglioni. Non so perché avevo accettato di uscire a quell'ora insalubre del mattino, non lo avevo fatto mai, neanche quando avevo vent'anni. E sí che vent'anni li avevo un secolo fa, eppure non lo avevo mai fatto perché mi sembrava stupido alzarsi prima degli uccelli, essere costretti a vagare per il deserto di una città inospitale, e salutare tutti i metronotte della zona, e il fornaio... Non so perché avevo accettato, e certamente avrei fatto meglio a rimanermene a letto quel giorno. Ma Dino era un rompicoglioni ostinato ed io, beh io gli volevo bene. Anche se era un ex poliziotto.